L’arminuta è uno di quei libri che per una volta riescono a mettere d’accordo lettori e critica, che hanno speso belle parole a favore di questa storia in cui si parla di esclusione, abbandono, solitudine e rinascita. La protagonista, l’arminuta, ovvero la ritornata, è una giovane ragazza la cui quotidianità viene infranta da una verità difficile da accettare: scopre che la sua famiglia è un’altra, non quella in cui ha vissuto per anni. Deve quindi salutare un padre che diventa uno sconosciuto improvvisamente per andare a bussare alla porta dei suoi veri genitori. Persone mai viste prima che a causa della povertà l’avevano data ad altri, a una famiglia benestante. Lei ha vissuto nell’agio e perde tutto in un attimo, non solo l’affetto, ma anche la possibilità di trascorrere il suo tempo con la migliore amica. Perde persone, oggetti, serenità, abbracci, certezze e una parte di se stessa. Approda in una nuova casa come fosse una naufraga e ad attenderla c’è indifferenza, poco cibo, freddezza, parole che pungono, verità che fanno male. Ma fortunatamente c’è anche Adriana, sua sorella, con cui condivide il letto e che porta luce in una casa piena di ombre e buia. E c’è Vincenzo, il fratello grande che la guarda con desiderio, come se lei fosse già donna. In loro rivede un po’ se stessa, capisce qualcosa di più della sua famiglia nonostante si senta abbandonata sia dai genitori veri sia da chi ha creduto essere sangue del suo sangue fino a un attimo prima. Lei orfana pur avendo due madri, si sente persa in un mondo immenso senza comprendere da dove provenga, né dove debba andare per sentirsi a casa.